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La fiaccola sotto il moggio |
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L'incredibile successo della prima tragedia di argomento abruzzese, nel 1904, spinse d’Annunzio a riproporre sulla scena, l’anno seguente, un nuovo spaccato della sua terra d’origine, di un paese che ancoragli sembrava sopravvivere intatto. La fiaccola sotto il moggio riportava l’Abruzzo ad una dimensione storica, per quanto al puntodi crisi del Regno e dell’aristocrazia che per secoli l’aveva dominato e drammaticamente viveva l’impatto con i ceti emergenti.
Come sempre, d’Annunzio fece ricorso al suo poderoso archivio memoriale, consegnato anche alle brevi note degli inseparabili Taccuini, dando corpo fantastico alle remote impressioni di un’avventurosa cavalcata nella Valle del Sagittario che aveva compiuto diciottenne, nel 1881, in compagnia di Francesco Paolo Michetti, Costantino Barbella e Antonio De Nino; e certo, il più comodo viaggio in carrozza del 1896 insieme all’amante Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, si era aggiunto a rianimare la suggestione dei luoghi focalizzando l’attenzione su Anversa, grazie anche ai fotogrammi d’Olinto Cipollone e alla guida sapiente dello storico d’arte Emile Bertaux.
Ad Antonio De Nino, assente nell’escursione per motivi di salute, il Vate sarebbe comunque ricorso nelle fasi preparatorie del materiale erudito e in quelle più concitate dell’elaborazione creativa e della messa in scena, da caratterizzare con le peculiarità tutte abruzzesi di certi personaggi che al dramma davano tono e colore essenziali, calati nell'ambiente quali elementi portanti della sua ricostruzione. Così la memoria privata s’innervava di quella storica e i feudatari de Sangro erano chiamati ad occupare la ribalta in un tempo non più remoto, attualizzato al declino irreversibile della dinastia borbonica, quando il “turbine abbatte una vecchia casa magnatizia”.
Era una formula già sperimentata, nella quale venivano però a smottarsi le braci residue di un Abruzzo barbarico e misterico, attizzate come sempre dalla terribilità pittorico-coloristica di Michetti e dalla saggezza esperita del cantafavole De Nino: chè senza il serparo Edia Fura, e la luce radente esacrale e sinistra che il suo avvento dà a paesaggio e personaggi, i tanti nomi di luoghi e persone tolti di peso dalla Guida dell’Abruzzo di Enrico Abbate non sarebbero comunque valsi a fare sulla carta quella parte di terra, chiusa o aperta che fosse, almeno nelle prime intenzioni d’autore, a “sogni di terre lontane”; resisterebbero invece solo in quanto orpelli, perle preziose colte abilmente e disposte in fastosa corona attorno a quello che, nel suo tragico spessore, è infine un dramma che subito s’intuisce quale consapevole tormento di una persona eroica e sola. Mentre Gigliola, figlia non illegittima delle Elettre dei tre massimi tragediografi greci, replica a specchio la galleria delle superfemmine di cui si compone la parte migliore del teatro dannunziano, su tutto e su tutti, sulla “casa che crolla”, sta imponente solo il Sagittario che “si rompe e schiuma”; mentre in alto, magicamente arroccate e sospese, le “case di Castrovalva” continuano ad ardere sul “sasso rosso”. |
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